La storia è sempre la stessa: le corse nel parco della scuola, il vederlo uscire con un’altra, i sorrisi, il quando si era bambini ed era tutto più facile, il vederlo uscire con un’altra, l’ascoltare i suoi pensieri e le sue confidenze, il vederlo uscire sempre con un’altra, il pensare ai suoi occhi verdi e capire “sono innamorata allora questo è l’amore”, il sentirmi raccontare di un’altra, gli anni in cui si cresce, gli incontri fortuiti, il niente, gli anni della crescita in cui per tutti e due ci sarà stata la prima sigaretta, la prima volta, la prima bevuta, la prima litigata, la prima presa di coscienza.
A parte un’incontro di due anni fa, in cui per fortuna ero carina e disinvolta e lui era davanti ad una vetrina di un negozio di scarpe con una ragazza bruna, nient’altro.
Per il resto, incontrare la persona che più ci ha fatto soffrire nella vita (almeno prima dei 16 anni), dopo averla persa di vista per anni, in un corridoio di un centro commerciale, in un sabato mattina, comporta tutta una serie di rapidi processi mentali tra i quali, nell’ordine:
1) cazzo, è lui, e mi ha visto per primo, quindi non ho avuto neanche tempo di prepararmi il discorso
2) c’è sempre la ragazza bruna
3) Dio! Quello è un bambino, e da come la ragazza bruna lo tiene in braccio si suppone sia il SUO bambino, ovvero il LORO bambino
4) perchè diavolo non mi sono messa le scarpe col tacco come tutti gli altri fottuti giorni?
E così il mio primo amore ha figliato, si è riprodotto, ha creato una piccola copia di sè e della sua ragazza bruna. Tenero. E’ biondo come era lui da bambino. Glielo dico, mi sembra una buona idea. Lui ride, gli è venuta una risata che non ho mai sentito prima. Probabilmente non ride sempre così o forse sì. Chiedo come si chiama il bambino. Dico solo che è un nome con l’acca. Gli accarezzo la guancia paffuta da bimbo di nove mesi. Il mio primo amore ha figliato. Neanche venticinque anni, ha figliato. Lui continua a ridere della sua risata sconosciuta.
Credo di volergli bene nonostante tutto. Nonostante lui non mi abbia mai considerato come ragazza (non è un’attenuante il fatto che avesse dodici anni, all’epoca), nonostante si sia magari sposato la ragazza bruna (che ne so, non faccio a tempo a controllare gli anulari sinistri), nonostante abbia addirittura figliato fregandosene altamente della mia esistenza (e abbia dato al bambino un nome a mio parere terribile). Gli voglio bene sì, a lui e ai suoi occhi verdi, di quell’amore atemporale che si riserva ai libri preferiti (tipo Cent’anni di solitudine) e ai cartoni animati che guardavamo da bambini, gli voglio bene come al ricordo di quando tornavo da scuola e mia madre mi faceva trovare i wafer al cioccolato con un bicchiere di succo d’arancia, come al salice piangente che avevamo nel parco della scuola elementare.
Penso alla voragine di tempo che ci divide, alla miriade di esperienze diverse che abbiamo potuto fare in posti distantissimi tra loro (o forse inaspettatamente vicini), al fatto che lui ora ha un bambino che dipende da lui e che poi andrà lui stesso alle scuole elementari, proprio dove io ho conosciuto lui, e poi crescerà e noi diventeremo quelli con le facce strane e vecchie nelle foto. Distanze siderali in un corridoio del centro commerciale il sabato mattina, non male.