Come a sedici anni mi riduco ad aspettare in maniera (quasi) spasmodica che il telefono si illumini, squilli, vibri, insomma dia qualsiasi segno di vita che stia a significare che c’è una chiamata in arrivo. Come a sedici anni mi porto il telefono anche in bagno, in cucina, di fianco al cuscino, pur di essere sicura che quando quella chiamata arriverà (perchè arriverà) sarò pronta e smagliante a rispondere. E soprattutto per scongiurare l’Ipotesi Che Mai Si Deve Verificare, ovvero la Non Risposta altrimenti detta: Cazzo Non Ho Sentito Il Telefono.
A sedici anni ci si fermava a pensare (no, chiamiamo le cose con il loro nome: si rimuginava per ore) su cosa si aveva detto, se ci si era scoperte troppo, se questo avesse potuto portare ad un calo di interesse e quindi alla conseguente situazione di cui sopra, dell’Attesa Sposmodica Dello Squillo Del Telefono.
Ora più o meno è tutto uguale (ho rischiato di annegare il telefono almeno un paio di volte negli ultimi tre giorni), ma non è una telefonata galante quella che sto aspettando, è una telefonata di un agente immobiliare che mi deve far sapere se riusciamo ad avere un fantastico appartamento a 450 euro al mese invece che 550. E allo stesso modo mi interrogo su quanto e come mi sono esposta e su come fare a mantenere alta la sua attenzione in modo che alla fine io la possa spuntare.
A sedici anni non avrei mai pensato che tutto quel calvario sarebbe valso come scuola di vita per imparare ad ottenere le cose che si vogliono dalle altre persone.
Come a sedici anni
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