“Vorrei  che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.”

Dino Buzzati, Inviti superflui

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“Cerchiamo in alto le cose in basso
cerchiamo lontano le cose vicine
nella nostra dimora quello che non c’è mai stato
incapaci di accendere il fuoco dentro
ci specchiamo nel buio fuori
vogliamo che il fiume segua i nostri passi
la pioggia il nostro comando e così anche il pianto
scavalcare Iddio senza saperne il confine
scrivere di nostro pugno la parola fine.”

Massimo Bubola, Rapsodia delle terre basse

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Amo molto leggere i blog di italiani immigrati in Svezia, perché amo Quel Paese, frutto di sogni eterni da ragazzina, di un gruppo musicale che me lo racconta da più di dieci anni e di un viaggio che ho fatto qualche mese fa. 
Lo amo, ma questo non vuol dire che non sia capace di guardarlo con occhi disincantati. 
Ultimamente in alcuni blog italo-svedesi c’è una curiosa lista dei 10 motivi per cui si ama vivere dove si vive. L’ho voluta fare anch’io, senza desiderio di provocazione ma solo per far vedere che anche in Italia, a volte, si può stare bene. 

– abito a 20 minuti di auto dal posto di lavoro, la strada è sempre poco trafficata e ben asfaltata 
– lavoro 36 ore alla settimana su turni che posso decidere io a seconda dei miei impegni, sono a tempo indeterminato e sono stata io a rifiutare il contratto di 40 ore che pure mi era stato proposto
– ho trovato il lavoro che faccio tuttora a 22 anni che ancora non ero laureata
– alla sera posso vedere tutte le stelle del cielo, nebbia della bassa padana permettendo, alla mattina presto posso incontrare gru e cicogne sulla strada del lavoro 
– al supermercato, al lavoro e in qualsiasi posto vicino in cui vado parlano la mia lingua natale
– in poco più di un’ora di macchina posso raggiungere città come Firenze e Venezia
– se vado in libreria o in biblioteca trovo libri scritti nella mia lingua
– tutte le persone che amo sono vicine o facilmente raggiungibili
– e nel caso qualcuno si stia chiedendo perché fino qui ho ignorato quello che per tutti è il Problema dell’Italia: quando finirà l’era Berlusconi potrò partecipare alla ricostruzione.

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Quando si incontra il primo amore al centro commerciale

La storia è sempre la stessa: le corse nel parco della scuola, il vederlo uscire con un’altra, i sorrisi, il quando si era bambini ed era tutto più facile, il vederlo uscire con un’altra, l’ascoltare i suoi pensieri e le sue confidenze, il vederlo uscire sempre con un’altra, il pensare ai suoi occhi verdi e capire “sono innamorata allora questo è l’amore”, il sentirmi raccontare di un’altra, gli anni in cui si cresce, gli incontri fortuiti, il niente, gli anni della crescita in cui per tutti e due ci sarà stata la prima sigaretta, la prima volta, la prima bevuta, la prima litigata, la prima presa di coscienza.

A parte un’incontro di due anni fa, in cui per fortuna ero carina e disinvolta e lui era davanti ad una vetrina di un negozio di scarpe con una ragazza bruna, nient’altro.

Per il resto, incontrare la persona che più ci ha fatto soffrire nella vita (almeno prima dei 16 anni), dopo averla persa di vista per anni, in un corridoio di un centro commerciale, in un sabato mattina, comporta tutta una serie di rapidi processi mentali tra i quali, nell’ordine:

1) cazzo, è lui, e mi ha visto per primo, quindi non ho avuto neanche tempo di prepararmi il discorso

2) c’è sempre la ragazza bruna

3) Dio! Quello è un bambino, e da come la ragazza bruna lo tiene in braccio si suppone sia il SUO bambino, ovvero il LORO bambino

4) perchè diavolo non mi sono messa le scarpe col tacco come tutti gli altri fottuti giorni?

E così il mio primo amore ha figliato, si è riprodotto, ha creato una piccola copia di sè e della sua ragazza bruna. Tenero. E’ biondo come era lui da bambino. Glielo dico, mi sembra una buona idea. Lui ride, gli è venuta una risata che non ho mai sentito prima. Probabilmente non ride sempre così o forse sì. Chiedo come si chiama il bambino. Dico solo che è un nome con l’acca. Gli accarezzo la guancia paffuta da bimbo di nove mesi. Il mio primo amore ha figliato. Neanche venticinque anni, ha figliato. Lui continua a ridere della sua risata sconosciuta.

Credo di volergli bene nonostante tutto. Nonostante lui non mi abbia mai considerato come ragazza (non è un’attenuante il fatto che avesse dodici anni, all’epoca), nonostante si sia magari sposato la ragazza bruna (che ne so, non faccio a tempo a controllare gli anulari sinistri), nonostante abbia addirittura figliato fregandosene altamente della mia esistenza (e abbia dato al bambino un nome a mio parere terribile). Gli voglio bene sì, a lui e ai suoi occhi verdi, di quell’amore atemporale che si riserva ai libri preferiti (tipo Cent’anni di solitudine) e ai cartoni animati che guardavamo da bambini, gli voglio bene come al ricordo di quando tornavo da scuola e mia madre mi faceva trovare i wafer al cioccolato con un bicchiere di succo d’arancia, come al salice piangente che avevamo nel parco della scuola elementare.

Penso alla voragine di tempo che ci divide, alla miriade di esperienze diverse che abbiamo potuto fare in posti distantissimi tra loro (o forse inaspettatamente vicini), al fatto che lui ora ha un bambino che dipende da lui e che poi andrà lui stesso alle scuole elementari, proprio dove io ho conosciuto lui, e poi crescerà e noi diventeremo quelli con le facce strane e vecchie nelle foto. Distanze siderali in un corridoio del centro commerciale il sabato mattina, non male.

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promesse quasi mantenute*

“E dove sono le finestre? Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

– Richard Yates, Costruttori, in Undici Solitudini

Mi riprometto di scrivere, poi non lo faccio mai, così rimangono solo quelle idee sospese nei tragitti in macchina, con in ascolto qualcosa, come sempre, dei Kent. Allora alla fine lo faccio, ché oggi ho avuto piccole intime visioni di luoghi scuri e famigliari, di quella sensazione di un tempo di stare facendo qualcosa per me. Qualcosa per me che non sia solo rilassarsi, prendersi del tempo, che è come diventata la nuova concezione del fare qualcosa per se stessi, ma proprio entrare in connessione con quello che mi piace fare, con quello che fino a poco tempo mi dava qualcosa.

Trascinata dal lavoro e dalle cose di tutti i giorni, incredibile come il tempo voli via.

Bella infilata di luoghi comuni questo post.

Da mesi penso al Trasferimento, a come potrebbe essere andare via da qui, via dall’Italia, via da questo paese che sembra quasi una colpa non odiare. Le persone coscienziose, con la testa sulle spalle, con la vera Voglia di Fare sembrano tutte d’accordo sul fatto che Bisogna Andare Via dall’Italia, per avere una vita serena, un lavoro soddisfacente, la possibilità di mettere su famiglia senza indebitarsi o temere di perdere il lavoro. Io non riesco ad immaginare la mia vita fuori di qui, o meglio riesco ad immaginarla, ma non sono io quella dell’immagine. Leggo e mi creo piccole instabili opinioni, sorrido di me stessa, torno a quello che stavo facendo (e qualche volta al male ai piedi) cercando piccoli spiragli di luce lì. Molto spesso li trovo.

* questo post sembra deprimente ma non lo è.

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Sono malinconica. (E’ interessante come le cose che si leggono assumano un altro aspetto se sotto ci si ascolta una musica, o se questa va a riempire gli spazi vuoti di lunghi minuti, come nel Petroliere). Mi accorgo che tendo ancora a seppellire tutto, ad aspettare che là sotto si metta a bruciare qualcosa e vedere poi il filo di fumo che penetra la terra, per capire che c’è qualcosa di tutto sbagliato, e che se per un momento ho creduto di avere la ricetta in mano in realtà è andata in fumo anche quella. Si può essere molto impegnati, o si vuole essere molto impegnati, stamattina volevo alzarmi quando mi sono svegliata la prima volta, per mettermi a disegnare, ma poi mi sono accorta di essere ancora molto debole, e ho dormito fino alle 11. Oggi pomeriggio torno a lavorare.

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col tuo ordine voluto dentro il cuore

Ieri, nell’aria fredda del gennaio in provincia di Modena (le colline che si stagliano in lontanaza coperte di neve), sono andata a ritrovare i miei minuti di tranquillità e felicità.

Rimini
Volta la carta
Andrea
Fiume Sand Creek
Se ti tagliassero a pezzetti
Capelli rossi
Una storia sbagliata
Rosso su verde
Canto del servo pastore
Dall’altra parte del vento
Hotel Supramonte
Niente passa invano
Tempi migliori
Il cielo d’Irlanda

Una scaletta un po’ sintetica per motivi di tempo, ma autentica e profonda, con le nuove versioni di Volta la carta, trasformata in una ninna nanna valzer dolcissima, Se ti tagliassero a pezzetti, più intimista, e Fiume Sand Creek, con un basso e una batteria che sembrano un cuore che batte. Il prezzo a De Andrè viene pagato volentieri e con naturalezza (come è classico nei concerti di Bubola), lasciando poi spazio alle dolci malinconie di Capelli Rossi e Rosso su verde. Quest’ultima in particolare lascia un silenzio impenetrabile in sala, tutti a chiedersi magari, dove si era mentre quest’uomo riusciva a scrivere quelle parole. Con la luce puntata su di sè, Bubola cammina sulle parole, sussurra a tratti, lascia una piccola canzone sulla guerra, sull’amore, sulla solitudine, sulla morte, che è il compendio di tutta la sua opera. Nessuno si aspetta una canzone così, senza ritornello, così visiva e reale, così dura e fredda, e calda, allo stesso tempo. Il silenzio segue le ultime parole “chiamo e non mi sento, puoi sentirmi tu”, in cui il punto interrogativo della frase è solo vagamente accennato, perchè tanto si sa già la risposta a quella domanda. Arriva una delle sue ballate classiche, e poi una lunga parentesi imprevista d’amore. Hotel Supramonte diventa una canzone suonata all’interno di una “barcarola”, guardando in su, verso un amore non corrisposto, verso un amore finito. Leggera con la chitarra e poco altro, con il suo testo originario che ben poco ha a che fare con quello che succedeva in Sardegna, rimane una canzone di solitudine e sofferenza, di immagini vivide (il letto, la neve, la pioggia) e metafore perfette (ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme). Mi commuove sentire quella che considero la mia canzone cantata con tanta intimità, dopo aver lasciato intravedere semplici immagini che aiutano a capire cosa può avere ispirato e spinto uno come Bubola a scrivere una canzone così bella. Si concede poi una ballata tutta sua, di un amore che davvero c’è stato e poi è finito, e Niente passa invano colpisce per la sua completezza e melodia. Tempi migliori arriva come un regalo pochi giorni prima del proprio compleanno, emozione unica per me sentire leggere da lui, dal vivo, le poesie che mi hanno accompagnato per tanto tempo. Un concerto piccolo, vero, perchè il tempo era poco, ma prezioso come poche altre cose.

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K. Sokolova

K. Sokolova

“E i fiori nella vasca sono tutto che resta e quel che manca – tutto quel che hai.”

F. De Gregori – Bene

Che ironia stare in quella casa, con tutto quello che ho sempre sognato, chissà se farò

qualche foto

(almeno)

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“Sì, passeremo tutti, passerà tutto. Nulla resterà di colui che usava sentimenti e guanti, di colui che parlava della morte e della politica locale. […] Nel vasto mulinello, come quello delle foglie secche, in cui giace indolentemente il mondo intero, hanno lo stesso valore i regni e i vestiti delle sarte, e le trecce delle bambine bionde vanno nello stesso giro mortale degli scettri che simboleggiarono imperi. Tutto è niente, e nell’atrio dell’Invisibile la cui porta aperta mostra soltanto, di fronte a sé, una porta chiusa, ballano, serve di quel vento che le rimescola senza mani, tutte le cose, piccole e grandi, che hanno formato, per noi e in noi, il sistema avvertito dell’universo. Tutto è ombra e polvere agitata, e non c’è altra voce se non il rumore di ciò che il vento innalza e trascina, né altro silenzio se non quello di ciò che il vento lascia. […] Un giorno, alla fine della conoscenza delle cose, la porta di fondo si aprirà e tutto quello che siamo stati – detriti di stelle e di anime – sarà spazzato fuori dalla casa affinchè quello che esiste ricominci.
Il mio cuore mi fa male come un corpo estraneo. Il mio cervello dorme quando io sento. Sì, è l’inizio dell’autunno che porta all’aria e alla mia anima quella luce senza sorriso che orla di giallo morto le rotondità sfumate delle poche nuvole del tramonto. Sì, è l’inizio dell’autunno, e chiara è la consapevolezza, nell’ora limpida, dell’insufficienza anonima di ogni cosa. L’autunno, sì, l’autunno, quello che esiste ora o quello che esisterà poi, e la stanchezza anticipata di ogni gesto, la delusione anticipata di ogni sogno. Cosa posso sperare, e da che cosa? Ormai, in ciò che penso di me, vago fra le foglie e la polvere dell’atrio, nell’orbita priva di senso di nessuna cosa, facendo un rumore di vita sulle lastre pulite che un sole obliquo illumina di morte proveniente da un luogo ignoto.
Tutto quello che ho pensato, tutto quello che ho sognato, tutto quello che ho fatto e che non ho fatto: tutto se ne andrà in autunno, come i fiammiferi usati ricoprono il pavimento in diversi sensi, o i fogli di carta appallottolati in palline false, o i grandi imperi, tutte le religioni, le filosofie con le quali si sono baloccati i bambini sonnolenti dell’abisso.”

F. Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine

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Me and You and Everyone We Know. (M. July, 2005)

 Qualche volta succede.

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